• Carla Magnan
  • 1 ottobre 2001

La rete dell’oro

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Scena per Baritono ed ensemble

 

Commissioned Fiarì Ensemble

Publisher Rai Trade Edizioni Musicali, Roma, Milano

Text Dramaturgy by Carla Magnan freely inspired by Ovid’s Metamorphoses and Shakespeare’s Tempest

Premiere 8.11.2005

CineTeatro Baretti, Torino (Italy) Fiarì Ensemble, Marilena Solavagione, direttore; Maurizio Leoni, baritono; Fiorella Andriani flauto e ottavino; Luciano Meola clarinetto; Leonard Simaku, violino; Massimo Barrera, violoncello; Marcello Calapai, pianoforte; Riccardo Balbinutti, percussioni

Category  Music Theatre

Year Composed 2005

Duration 12′

Language Italian

Soloist  Baritono

Orchestration Ensemble:  flauto e ottavino, clarinetto, violino, violoncello, pianoforte e percussioni (triangolo, piatto sospeso medio, piatto sospeso piccolo, tamtam, tamburello, snare drum, bass drum, temple block, raganella, vibrafono)

Programma note Dalle infinite possibilità di lettura del testo scelto tratto da The tempest di William Shakespeare (II. I. 65 sgg. Gonzalo) tradotto da Salvatore Quasimodo, nasce La rete dell’oro, composizione che ricorda formalmente il  masque (dramma giocoso in parole e musica) nel quale alcune memorie della musica di Henry Purcell (1695) si fondono con la musica scritta nel 2005 dall’autrice. La rete dell’oro, come  in un gioco di specchi tra il passato e il presente, è il risultato di un percorso scelto e rielaborato ispirato da alcuni frammenti di poesie di Quasimodo e dall’ Età dell’oro di Ovidio (testo a cui si sono ispirati sia Shakespeare che Quasimodo),  la prima delle quattro successive generazioni umane, tra loro rettamente distinte:“Sotto il regno di Saturno, (al quale l’età dell’oro si riferisce) gli uomini sarebbero vissuti nella più completa felicità non turbata da noie e dolori, ancora ignari com’erano dell’ingrata vecchiezza; la terra, non lavorata, avrebbe loro offerto spontaneamente tutti i suoi frutti meravigliosi: e la stessa morte, avendo avuto tutte le dolcezze del sonno, non era temuta. Ma, poi, gli uomini, a poco, a poco avrebbero cominciato a degenerare, a trascurare la pratica della virtù e il culto degli dei; e allora Giove mandò loro l’età dell’argento, cui, presto, succedette quella del bronzo; e allora fu necessario coltivare la terra, premunirsi contro il freddo, contro il furto, contro le prepotenze dei violenti: nacquero le contese, le liti e si scatenarono le prime guerre belluine, finché Giove, disgustato, mandò l’ultima età, quella del ferro, l’età dell’espiazione delle colpe commesse, del duro lavoro della fame, delle inondazioni, dei terremoti, e di tutte le frodi, di tutte le nequizie, dell’avidità eternamente insoddisfatta: la vita fu mutata in tormento, e gli uomini s’ingannarono l’uno con l’altro. Poi, quando l’ira vendicativa di Giove traboccò, venne il Diluvio e la terra fu sommersa…” Intorno al soggetto originale di The Tempest, si è costruita in questo modo una nuova drammaturgia: l’eterna storia dei popoli, continuamente alla ricerca della onnicomprensiva “felicità”, pronti ad accogliere chiunque prometta loro di ottenerla, pronti ad oscurarla per l’ambivalente illusione dell’età dell’oro. Così tra il vero e il trasfigurato, tra il comprensibile e l’incomprensibile, tra il sogno ed il suo rovescio, come alla fine del dramma giocoso shakespeariano, uno dei personaggi svegliandosi dice: “…vedevo spalancarsi le nuvole, e apparire ricchezze pronte a cadere su di me. E così piangevo per sognare ancora…”

 

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